Sacchi e Guardiola: due filosofie di calcio opposte

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Updated: dicembre 13, 2016

Ospite fisso nei programmi Mediaset, Arrigo Sacchi negli ultimi anni si è auto-assegnato il ruolo di paladino del calcio spettacolo in virtù di un riconosciuto passato vincente come allenatore del Milan. Quella squadra – che tra l’87 e il ’91 conquistò uno Scudetto, una Supercoppa italiana, due Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali e due Supercoppe Europee – è considerata da molti come una delle migliori di tutti i tempi. Ai numeri non si può dar torto, ma alla collocazione storica sì. Un team formato da grandi giocatori e da un allenatore certamente innovativo per metodi di allenamento e tattica riuscì in pochi anni a far sognare una tifoseria reduce dalla ferita della serie B. Ma si può parlare davvero di calcio-spettacolo?
Difesa alta, tattica del fuorigioco, squadra corta, pressing selvaggio, uso sistematico di falli tattici e un ritmo asfissiante per tutti i novanta minuti: queste le caratteristiche fondamentali di quel Milan. Poco a che vedere con le idee di “armonia” e “padronanza del gioco” tanto millantate da Arrigo Sacchi, la cui difesa più forte di tutti i tempi (Baresi, Maldini & co) spesso si affidava a lanci lunghi alla ricerca della propria torre offensiva, il cui ruolo di sponda favoriva l’inserimento della seconda punta o, in alternativa, dei centrocampisti. Se per spettacolo intendiamo le rovesciate di Van Basten, i colpi di testa di Gullit o i tiri da lontano di Ancelotti.. allora possiamo mettere queste giocate in competizione con le “rabone” di Perotti, i colpi di tacco di Cristiano Ronaldo o le volé di Ibrahimovic. Se invece vogliamo paragonare questa formazione dal punto di vista estetico con il Real Madrid di Di Stefano, L’Ajax di Cruijff o il Barcellona di Guardiola.. allora il confronto diventa impietoso da tutti i punti di vista.
Tra il tecnico di Fusignano e il catalano la differenza è persino abissale. Quest’ultimo ha ereditato e modernizzato i concetti di Johann Cruijff, riadattandoli al calcio contemporaneo. Possesso palla, infiniti triangoli di gioco, ricerca degli spazi e verticalizzazioni letali.. il tiqui taka è questo e tanto altro. E’ una filosofia di calcio che crede nel primato della tecnica e dei passaggi rasoterra, nella possibilità di comandare il gioco in qualunque condizione, anche la più avversa. E’ una scelta rischiosa, che supera un pensiero dominato dall’ossessione dei “centimetri”, delle marcature e delle diagonali, della difesa come principale protagonista. Queste ultime eredità “sacchiane” sono state ampiamente superate da una rivoluzione copernicana che ha ridimensionato dogmi italiani purtroppo condivisi fino a qualche tempo fa. Le avventure di Arrigo Sacchi al di fuori di quei quattro fantastici anni rossoneri (Atletico Madrid, Milan bis e Parma bis) ci confermano che il “sacchismo” come modello puro si è potuto realizzare soltanto in determinate condizioni e non è riproponibile nel contesto moderno. Il triennio al Bayern Monaco e la prima parte di stagione al Manchester City ci dicono invece l’esatto contrario per quanto riguarda il “guardiolismo”, esportabile anche in ambienti talvolta ostili. Può piacere o no, ma non scenderà mai a compromessi con le spinte reazionarie che da più parti cercano invano di ridimensionarne l’impatto.

Il futuro del calcio passa dal talento che, messo al servizio di una causa collettiva, crea spettacolo.. quello che tra il 2008 e il 2012 il Barcellona ha regalato agli appassionati di questo sport, sfatando finalmente il mito secondo il quale giocando bene è difficile vincere.
Chiedetelo a chi, in quattro anni, ha conquistato il mondo.

Manuel Carmona

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