Johan Cruyff, in memoria del Profeta del Gol

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Updated: marzo 24, 2017

E’ passato già un anno da quando ci ha lasciati a soli 68 anni uno dei grandi del calcio, secondo alcuni il più grande, spazzato via prematuramente da una maledetta malattia che lo ha logorato in soli sei mesi senza lasciargli scampo. Stiamo parlando di Johan Cruyff.

 Johan Cruyff era il calcio. Era un calciatore universale, uno che poteva vantarsi di condividere lo spazio nell’immaginario collettivo con l’elite del pallone e di essere richiamato nei discorsi degli appassionati al fianco di nomi che hanno segnato le loro epoche e che fanno paura solo a pronunciarli, come Pelè e Maradona, Di Stefano e Puskas e, venendo ai giorni nostri, Messi e Cristiano Ronaldo.

UNA CARRIERA DI SUCCESSI

La sua carriera è stata costellata di successi, in patria, con 9 campionati olandesi vinti tra Ajax e Feyenoord e all’estero, con la vittoria del campionato spagnolo nel 73-74 con la maglia del Barcellona ed ha avuto anche la benedizione delle competizioni europee, grazie alle 3 Coppe dei Campioni vinte con i “lancieri” insieme a una Supercoppa UEFA e ad una Coppa Intercontinentale.

Ma la sua grandezza è stata certificata anche dai successi a livello individuale se è vero, come è vero, che, fino all’arrivo dei “cannibali” Messi e Cristiano Ronaldo, deteneva, insieme con due poeti del calibro di Michel Platini e Marco van Basten, il record di Palloni d’oro assegnati da France Football: ben 3 (nel 1971, 1973 e 1974), venendo anche eletto secondo miglior calciatore del XX secolo, (dietro Pelé ma davanti a Maradona!), nella speciale classifica stilata dall’IFFHS.

La sua leadership lo portò a grandi risultati anche da allenatore, dove, negli 11 anni di carriere alla guida di Ajax e Barcellona, fu in grado di vincere ben 4 campionati spagnoli, 1 Coppa di Spagna e 2 Supercoppe di Spagna, 2 Coppe d’Olanda, 2 volte la Coppa delle Coppe, 1 Supercoppa UEFA e 1 Coppa dei Campioni. Si, perché Cruijff è uno dei sette allenatori ad aver vinto la Coppa dei Campioni dopo averla conquistata da giocatore: in compagnia di Miguel Muñoz, Giovanni Trapattoni, Josep Guardiola, Frank Rijkaard, Carlo Ancelotti e Zinedine Zidane. Non c’è molto da aggiungere.

IL MONDIALE DEL 1974

Ma è con la Nazionale che la grandezza del “Pelè bianco” è deflagrata nel modo più evidente e chiaro, anche senza alzare alcun trofeo. Cruyff fu infatti l’anima della nazionale dei Paesi Bassi che ai Mondiali del 1974 in Germania Ovest fu in grado di inventare un nuovo modo di giocare a calcio, un modello che si fondava sul continuo movimento senza palla e sull’applicazione sistematica del pressing e del fuorigioco. Il totaalvoetbal, il calcio totale. Potremmo definirlo un embrione del moderno tiki-taka.

Quella Nazionale del 1974, guidata da uno dei teorici di questo calcio dispendioso e spettacolare Rinus Michels, era una macchina meravigliosa che, oggi diremmo, sembrava uscita da un videogioco. E Johan Cruijff ne era l’emblema, un mattatore che riduceva a meri comprimari campioni del calibro di Rep, Rensenbrink e Neskeens, che seguivano come adepti il continuo movimento del loro leader, come in una danza fluida e allo stesso tempo aggressiva.

La grandezza delle imprese di quella squadra in quel Mondiale è ancora più clamorosa se si pensa che era sfibrata internamente da mille frizioni ed invidie, dovute anche alle scelte estreme di Michels che l’aveva formata creando due blocchi inconciliabili che vedevano contrapporsi alle due estremità i giocatori dell’Ajax e quelli del Feyenoord.

Nonostante fratture insanabili, in campo i Tulipani erano una cosa sola, un’orchestra perfettamente in sintonia e con un unico direttore, che, dopo un facile girone di qualificazione, con vittorie su Uruguay e Bulgaria e pareggio con la Svezia, fu capace di schiantare, tra gli altri, l’Argentina con un sonoro 4-0 e il Brasile con un secco 2-0 arrivando in finale con i padroni di casa della Germania Ovest.

E anche la finale dell’Olympiastadion sembrò iniziare sotto i migliori auspici. Pronti-via e la palla è dei Tulipani che, con una serie incredibile di passaggi rapidi portano la palla in area di rigore, Cruijff punta la porta e viene steso da Berti Vogts, è rigore, che Neskeens realizza. Al primo giro di lancette siamo già 0-1 per l’Olanda e la Germania deve ancora toccare il pallone.

Ma si sa, i tedeschi non muoiono mai e, grazie alla grinta di Vogts, alla classe di Beckenbauer e alle reti di Breitner e del solito, mortifero, Gerd Muller riuscirono a ribaltare il risultato e vincere la partita con il punteggio di 2-1. Un finale amaro, ad un passo dal sogno, che i Tulipani di certo non meritavano.

Questo fu senza dubbio il punto più alto di Cruijff con la Nazionale. Dopo quell’esperienza, ci furono un terzo posto all’Europeo del 1976 e la mancata partecipazione ai Mondiali in Argentina del 1978, ma le prestazioni di quel Mondiale tedesco rimarranno per sempre impresse nella memoria di tutti gli appassionati, non solo di chi ebbe la fortuna di viverle in prima persona. E c’è da crederci, diedero al movimento calcistico olandese la spinta per giungere a quello che, ad oggi, rimane l’unico trionfo calcistico: La vittoria all’Europeo ’88 dove Van Basten (con il gol più bello della storia) e Gullit ebbero la meglio sulla Russia, nella sfida tra Palloni d’Oro con Belanov. Guarda caso ancora in Germania Ovest, ancora all’Olympiastadion, ancora con Rinus Michels alla guida: quasi una rivincita della sconfitta del 1974.

Cruijff era un leader nato e questo fece di lui un personaggio scomodo all’intero dello spogliatoio. Non si contano i litigi e le diatribe con i compagni di squadra che ne hanno forse limitato l’impiego in Nazionale. Ma, sotto la sua corazza di uomo deciso, batteva il cuore di un uomo vero, attento al sociale, tanto da dar vita a una fondazione benefica, la Johan Cruijff Foundation e che divenire testimonial di una celebre campagna antifumo.

Non ci resta che ricordarlo nel giorno del primo anniversario della morte. Un giorno buio, quel 24 marzo 2016, che ha tolto al mondo un grande campione e un grande uomo, il Profeta del Gol.

Michele De Martin

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