Ormai è troppo tardi

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Updated: settembre 5, 2017

Ci è voluta la corrida del Bernabeu per risvegliare gli apocalittici del pallone. Ventura, il 4-2-4, la crisi dei settori giovanili, il confronto impietoso con la Spagna da tutti i punti di vista. E’ troppo facile arrivare dopo, più difficile farlo prima, quando le cose vanno apparentemente bene.
Quasi un anno fa la Spagna si presentava allo Juventus Stadium per l’andata di quello che si sapeva essere uno dei due scontri diretti decisivi per la qualificazione al mondiale. Settantacinque minuti di “vergogna” hanno visto la nazionale azzurra soccombere indegnamente  contro una formazione sicuramente competitiva, ma non paragonabile a quella del “triplete” che ha stregato il mondo tra il 2008 e il 2012. Una gara in cui un’ossessiva fase difensiva, rispecchiata in un possesso palla che non è andato oltre il 30%, è stata elogiata dai soliti tromboni, i quali non hanno perso l’occasione per l’ennesima stucchevole teoria sull’inutilità del tiki taka al cospetto di una squadra ben organizzata e capace di reagire al vantaggio spagnolo con “grande orgoglio”: 1 a 1 e tutti rimandati a settembre (2017), per l’appunto.
Parlare ora della differenza tra Isco e Verratti è scontato; che la Nazionale, nei singoli, non fosse paragonabile all’avversaria lo si sapeva già prima della partita di sabato. I settori giovanili, il talento, i sistemi di gioco e tutta la retorica che ha accompagnato il post-débacle rappresentano un noiosissimo ritornello che arriva ogni qualvolta il risultato non risponda alle aspettative.
Nessuno si domanda cosa sarebbe successo se una squadra “formalmente” alla pari (questi erano i valori il 5 ottobre del 2016) fosse andata al Mestalla (uno stadio a caso) a umiliare la Roja in casa propria, non facendole vedere la palla per settanta minuti. Il pubblico avrebbe fischiato i propri giocatori, esibendo una “pañolada” che da quelle parti si sarebbero ricordati per anni. Qui si sono celebrate le doti caratteriali e la capacità di saper soffrire per strappare un pareggio considerato e definito “meritato”.
Il problema è proprio questo: in Italia, il risultato, continua a essere l’unica cosa che conta. Ben vengano il 3-0, gli olé del pubblico madrileño e i processi contro squadra e ct. Continuiamo a farci le stesse domande, dandoci sempre risposte sbagliate: un passo avanti e due indietro.
La rivoluzione non si fa in tre giorni e spesso i cambiamenti “costano” in termini di sacrifici e di sconfitte, che servono poi a migliorare e a non mettere in discussione il proprio credo calcistico.
Ma ormai sono parole vuote che si scontrano con la tattica esasperata, con la maniacalità dei movimenti difensivi, con l’avidità del breve periodo; stasera c’è Israele.
Non serve più nemmeno parlarne. Ormai è troppo tardi.

M.C.

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