Cruijff, l’uomo che ha diviso il calcio tra “prima” e “dopo”

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Updated: marzo 28, 2016
cruijff 2016

Quattro Coppe dei Campioni. Tre Coppe delle Coppe. Un’intercontinentale. Tre palloni d’oro. La grandezza di Johann Cruijff si può riassumere nei freddi numeri del palmarès. Ma sarebbe riduttivo e fuorviante limitarla ai trofei conquistati e magari a quel Mondiale del 1974 sfiorato da protagonista con la più forte Olanda di tutti i tempi.

Cruijff è stato uno di quegli sportivi capaci di segnare un’epoca, di dar vita a nuove correnti e stili di gioco. Il miglior talento calcistico prodotto dall’Europa.  C’è stato un calcio prima di lui e uno dopo di lui. Da giocatore, fu il perno della rivoluzione olandese, sia a livello di club sia da allenatore. Era talmente a tutto campo che non aveva un ruolo preciso: attaccante, centrocampista, trequartista. Creativo e ribelle, giocava con la maglia numero 14 anche quando la numerazione era dall’1 all’11 e ai Mondiali di Germania aveva una maglietta diversa, perché da uomo della “Puma”, non poteva o non voleva indossare una casacca con le tre strisce dell’Adidas (e così, la sua maglia arancione ne aveva solo due).

Da tecnico è stato semplicemente il padre del Barcellona di oggi: è stato lui ad aver plasmato i blaugrana spettacolari degli anni Duemila. Ha rotto l’incantesimo che non voleva mai la squadra salire sul tetto d’Europa e soprattutto ha preso le redini dell’organizzazione tecnica del club, imponendo lo stesso stile di gioco anche alle giovanili: tutte avrebbero dovuto seguire la stessa filosofia di gioco e i medesimi schermi, così da essere subito pronti per il salto in prima squadra. Possesso palla, pressing, calcio rapido, libertà alla fantasia.

Con lui, i catalani hanno vinto la loro prima Coppa dei Campioni nel 1992 (vinta sulla Samp grazie a una rete del suo connazionale Koeman e con una maglia non a caso arancione) e in campo c’era a far da metronomo della squadra un giovane Pep Guardiola, l’uomo che farà propria la lezione dell’olandese e che la rielaborerà dandole nuova linfa con lo spettacolare Barça degli anni Duemila (e non va scordato ovviamente il Barcellona di un altro olandese, Frank Rijkaard, anche quello chiaramente ispirato a quello di Cruijff).

Smessi i panni dell’allenatore, è diventato un personaggio televisivo, spesso polemico e scomodo. A volte a ragione, spesso a torto, ha offerto in più occasioni delle sparate che lo hanno reso presuntuoso e arrogante. D’altronde, già da allenatore non era nuovo a delle spacconate, come quando si autoproclamò vincitore alla vigilia della finale di Champions League del 1994 contro il Milan. Il campo racconterà invece del trionfo per 4-0 dei ragazzi di Capello. Ma per fortuna talento e simpatia non hanno bisogno di andare a braccetto.

FONTE: Giovanni Del Bianco

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